INSTALLAZIONI   STEFANO BRUNA
 

SOPPORTAMI

 

 

Le sei antiche porte di Milano di ascendenza romana - cinese, Romana, Tosa (Vittoria), Orientale (Venezia), Comasina (Garibaldi), Vercellina (Magenta) – si identificano con la storia della città. sopportami Nel lavoro di Stefano Bruna, installato nel giardino del C/O Careof, spazio esterno racchiuso in una struttura, la nozione di ingresso risulta moltiplicata e rovesciata.
Il riferimento alle porte perde la propria accezione monumentale, per diventare suono e visione. I segnali acustici segnano il passaggio dell'uomo, in un continuo riecheggiare sonoro, nell'era del controllo globale. Non siamo di fronte a un guardiano che verifica le nostre credenziali, ma a una impalpabile indicazione di presenza autoreferenziale. L'attraversamento non conduce a un luogo altro, ma alla vertigine dello spiazzamento trascendentale. La sinteticità e la fastidiosità del suono si convertono in qualcosa di perfettamente connaturato all'ambiente, quasi in un canto di un grillo oppure in un'antica e drammatica invocazione affinché le mura e le porte della città siano poste sotto la custodia degli angeli e di tutti i santi, come quella che veniva recitata dai milanesi penitenti in ciascun Carrobbio che si trovava accanto alle sei porte durante le Litanie Triduane.
Nello spazio naturale aleggia un atmosfera sospesa, rotta al nostro movimento dal trillo dei segnalatori acustici che ci svela il disorientante rovesciamento operato. Riorganizzazione del reale nello spazio intimo contenuto, compiuta attraverso la demolizione di rocciose limitazioni fisiche, con l'ausilio di movimenti oscillatori di frequenza interattivi. L'imponenza fisica della porta che sottolineava il transito si riduce alla fragilità del guscio d'uovo. Le scie segnate da questi sottili involucri sono destinate a scomparire come a suggerirci che il tempo dei cammini sicuri è svanito. Le rigorose cinture daziarie si trasformano in scie di universo labile. lì cammino è apparentemente libero; l'unico pedaggio da pagare è la constatazione della fugacità della propria presenza.
Milano “città del mezzo”, stretta fra tante terre come può sentirsi chi sperimenta il lavoro in mostra.
Un ambiente incantato che successivamente rivela la sua vera natura oppressiva e costrittiva, degno specchio di ciò che c'è "oltre i giardino".

 

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