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Santuario
di Oropa

C'era nebbia tuffo intorno.
Enzo, senza distrarsi, contemplava quel cancello sospeso emergere dal denso candore impalpabile della nebbia; talvolta armeggiava con la macchina fotografica.
Ammaliato,vivevo la realtà come dentro una fotografia che avrei visto un giorno stampata in un perfetto bianco e nero immacolato.
Come su un atollo ai confini delle colonne d'Ercole, in bilico su di una montagna di crema, i miei occhi raccoglievano le sensazioni di un luogo senza tempo con la consapevolezza di vivere un istante di autentica fortuna: ammirare il santuario di Oropa in quelle condizioni, con il mio Maestro.

Cosi nasce la serie “percorsi” ad Oropa: sospesa, immobile, su di un'isoletta lontano dal mondo quotidiano.
L'indomani mattina, uscendo dalla cella di clausura dove passammo la notte, ci avviammo ancora verso le cappelle del santuario, immergendoci di nuovo nell'etereo latte della nebbia.
Chiuse e degradate, fredde e silenziose, ebbi l'impressione che le pietre volessero chiedermi qualche cosa: le mani tese, i capelli sporchi strappati dal tempo, i colori tenui sotto la fredda luce fioca... tutto tendeva ad alimentare i miei dubbi.
Ma al tempo stesso avevo trovato il significato della mia ricerca.

Le fotografie non sono la sintesi di quelle emozioni, né ovviamente la risposta a quegli interrogativi; o meglio, sono mediate da tali suggestioni per rafforzare i dubbi e le inquietudini.
Non ho fotografato ciò che ho visto (talvolta ciò che si vede è meglio conservarlo nella memoria), ho fotografato solo i dubbi che ho sentito.

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