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LA VITA E' COSì BREVE CHE NON SO COSA INIZIARE A FARE SE NON PENSARE ALLA PROSSIMA OVVERO MARY POPPINS

Nella serie La vita è così breve che non so cosa iniziare a fare se non pensare alla prossima ovvero Mary Poppino Stefano Bruna ritrae, attraverso la fotografia, il movimento potenziale del desiderio. 'Un simbolo (…) suppone due piani di idee e di sensazioni e un dizionario di corrispondenza fra l'uno e l'altro', avvertiva Albert Camus, ed è proprio sull'ambiguità fra spazio ideale e dato concreto che gioca il lessico di Bruna. La chiave di interpretazione dichiarata è, infatti, il ritratto selettivo di un oggetto quotidiano l'ascensore ma l'obbiettivo fotografico rimanda un'indagine sull'umana aspirazione all'innalzamento e su quell'impossibilità di stare con i piedi per terra propria dell'eroina di un popolare film di Walt Disney, costretta a salire verso l'alto a ogni giro di vento così come l'ascensore, che a ogni chiamata ritorna alla routine di un comportamento deciso meccanicamente.
Soggetto delle istantanee sono i dettagli di ascensori griglie, giunture di porte scorrevoli, manopole girevoli e fisse, specchi, neon resi astratti da prospettive scorciate e ingrandimenti che amplificano la composizione di colore vivido e luce artificiale. A livello discorsivo, i due piani della rappresentazione si incontrano nella sineddoche che lega l'oggettoascensore al suo dispositivo, ed è in questa prospettiva che la staticità della ripresa fotografica può significare l'ambizione all'ascesa. Correlativo ideale dell'ascensore è, in questo senso, il suo possibile avanzamento verticale e la limitatezza del suo movimento, regolato dalla cornice architettonica dell'edificio che ne rende l'ascesa, inevitabilmente, finita. Lo spazio creato dalle immagini successive che compongono la serie passa, dunque, per l'ipotesi di un'elevazione meccanica e, nel contempo, dichiaratamente antropomorfa. Umana è, di fatto, l'esigenza di muoversi verso l'alto, ma tipicamente umano è anche il ritorno - graduale, quotidiano e reiterato verso il basso. La sua tipicità ha radici mitiche e moderne a un tempo e si ricostruisce a partire dall'immaginario legato al mito di Sisifo così come lo racconta Camus. È lo stesso filosofo a
ricordare che 'i miti sono fatti perché l'immaginazione li animi' ed è proprio nell'assurda condanna di Sisifo, così come lo racconta Camus, costretto a spingere un masso sino alla cima di una montagna per poi vederlo ricadere indietro ogni volta, che si dispiega la possibile traslazione del movimento meccanico sul piano del desiderio. Sganciandosi dal flusso dell'azione ripetuta, guardando alla sua condizione, Sisifo distingue la continuità del suo destino in una serie di fotogrammi:'ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, - osserva Camus ammantata di notte formano, da soli, un mondo'.
Dominato dalla parzialità dello sguardo fotografico e al di là delle sue qualità esistenziali, l'ascensore rimane invariabilmente vuoto. Unico soggetto della rappresentazione, rimanda alla presenza umana attraverso le tracce della sua assenza.
Federica Martini

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